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30 agosto 2008

Uomini e no .

 Comunità POPOLI

C'è chi crede di "combattere" per la pace appendendo alla propria finestra uno straccio arcobaleno.

Poi c'è chi si spende, talvolta mettendo a rischio la propria vita, per portare aiuto dove occorre.C'è chi segue la moda , come quella dello straccio arcobaleno e chi combatte  battaglie di retroguardia.

Chi , come me , scrive  della lotta persa in partenza dai "samurai cristiani" nel Giappone medioevale, non può che nutrire simpatia   per le cause difficili e per chi per queste cause si spende in prima persona, non limitandosi ad addobbare il proprio balcone con uno straccetto multicolore, ma rischiando talvolta la propria pelle per cause di cui, in fondo, importa poco ai più .

Ci sono Uomini e no.

Pike




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29 agosto 2008

POST (?) COMUNISTI E LA SQUOLA DELLE TRE K : Kuli Kanne e Kollettivi demoKratici

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il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge mediante il quale è stato reintrodotto il voto di condotta come giudizio sul comportamento, che avrà lo stesso valore dei voti conseguiti dall'alunno nelle altre discipline. Ciò significa che se un alunno avrà, alla fine dell'anno, un'insufficienza in condotta, ciò "potrà determinare la non ammissione all’anno successivo o all’esame conclusivo del ciclo". Da quanto pare di capire, la sola insufficienza in condotta "potrà" determinare la bocciatura dell'alunno, che non sarà dunque automatica. Non solo , verranno reintrodotti i voti in decimi. Le reazioni a una prima " desessantottininazione" della scuola pubblica ed al ripristino del merito ,  sono isteriche  . Si arriva a scomodare il  "Fascismo "- ca va sans dire - .Ma ecco qualche reazione :

1 - Genitori democratici:
idea improponibile : «Il ritorno del 7 in condotta è improponibile. Non è con gli schemi sanzionatori che si risolvono i problemi della scuola». Questo il commento dell'organizzazione sull'ipotesi di reintrodurre il voto in condotta ai fini della promozione. «Si tratta di un'idea abbastanza retrò che provocherebbe soltanto spaccature e conflitti. Esiste già una rete che sancisce i diritti e i doveri degli studenti. Non occorrono nuove sanzioni».

Evidentemente i " Genitori DemoKratici " sono lieti di vedere scene come quella della professoressa  cui gli studenti palparono insistemente il culo senza che la stessa reagisse con particolare disappunto, finendo su youtube, rimediando un intervento disciplinare lieve la professoressa e una sospensione gli alunni.
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Ecco invece la reazione degli " Studenti di sinistra" :

2 -
Studenti di sinistra: il governo sia serio. Per cambiare davvero la scuola italiana «serve serietà, in  primo luogo di chi governa». Questo il commento degli "Studenti di Sinistra": «Nel silenzio della pausa scolastica estiva, il ministro Gelmini e questo Governo stanno tentando, dichiarazione dopo dichiarazione, di demolire l'intero impianto costituzionale della scuola italiana con soluzioni mediatiche - affermano in una nota - Noi studenti siamo contrari a questi atteggiamenti del Governo, che vedono nella scuola soltanto una fonte di sprechi, su cui tagliare e risparmiare, e gli studenti come una generazione di bulli da criminalizzare».


Evidentemente gli " Studenti di sinistra " sono lieti di avere dei "Kompagni prof  " che  fumano dei meravigliosi cannoni in classe, dimostrando d'essere demoKratici  pluralisti e antiproibizionisti .

Ma si rassegnino i professori demoKratici   è cambiata la musica. Basta joint in classe.
 
Mi si permetta una parentesi : ricordo un mio supplente d' italiano, che anzichè insegnarci la materia, ci faceva ascoltare in aula Pink Floyd e Skiantos  , oltre a leggersi " Manifesto" e " Gazzetta " durante le ore di lezione oltre a scaccolarsi a ogni piè sospinto, con una diligenza e un accuratezza degna di cause più elevate  .

Le poche volte che tenne lezione, fu per parlarci della resistenza . Mi risulta che di soggetti di questo genere, ce ne siano ancora in circolazione.Mi risulta di professori  che di fatto se non nella forma forzano gli alunni ad aderire agli scioperi scolastici e che fanno "metapolitica" - ovviamente a senso unico, in aula.   

Gli studenti riflettano bene se a  loro convenga una scuola in cui un professore demoKraticamente si fuma le canne in aula ( cavandosela con un sanzione disciplinare ridicola ) o dove si può palpeggiare il culo alla "prof " che pare dalle immagini anche  demoKraticamente consenziente al palpeggiamento,  ma che discrimina tra poveri e ricchi  , perchè i benestanti possono mandare i figli alle scuole private ( retta media € 600/800 al mese ) mentre i ceti medi, impoveriti dall'euro, debbono bon grè o mal grè ricorrere alla scuola pubblica. 

Gira che ti rigira, sempre al '68 si torna, all'eredità  di un egualitarismo livellatore messo in atto da un elite borghese che spesso predica l'egualitarismo ma poi manda i propri figli dai salesiani.

Un ricordo di un mio conoscente che visse il '68, è l'impossibilità per lui, figlio di operai e con la necessità di laurearsi in tempi brevi  per entrare quanto prima nel mondo del lavoro  , di dare esami essendo le facoltà oKKupate dai Kollettivi DemoKratici  , perchè i figli dei ricchi che oKKupavano, bastonavano ( demoKraticamente s'intende) gli studenti che cercavano di entrare nelle Università per dare esami e laurearsi.

Per conto mio spero che la reintroduzione dei voti e del voto in condotta, sia solo l'inizio di una serie di riforme che portino la scuola a una normalizzazione  dopo un quarantennio di "sessantottismo"
 
Verrò accusato di volere dei testi scolastici come
questo :

Ma se lo pensate, sbagliate. Mi accontenterei di una scuola che boccia gli alunni che palpano il culo alle "prof" , licenziando magari anche le "prof" che non s'alzano e vanno a denunciare l'accaduto dalla Preside come sarebbe stato logico   e che licenzia i " prof " che si fumano i joint in aula.  

Ma forse sono troppo all'antica, quando penso che professoresse che si fanno toccare il culo e professori che si fumano i cannoni in aula non sono esattamente degli ottimi " educatori".

Pike




25 agosto 2008

Hugo Pratt era un criptofascista?


 Hugo Pratt non aveva dovuto tacere fino all’ultimo, ma quasi. Non si era mai vergognato di essser passato attraverso la Decima MAS e la polizia tedesca dello S.D. Solo che, dopo, aveva confuso le piste alla maniera del suo Corto Maltese, che si definisce un “gentiluomo di ventura”, cioè un pirata, un rinnegato, ma è stato lo stesso adottato come un’icona dalla sinistra intellettuale. Che è rimasta molto delusa quando “Il Giornale” ha pubblicato una dedica di Pratt a un suo editore francese. Con la sua calligrafia inconfondibile scriveva : “De votre fasciste Hugo Pratt”. Non era del 1944 ma del 1988.   

Del resto, il dubbio che Pratt fosse un " criptofascista" attanagliava il culturame gauchista italiano e d'oltralpe. Il dubbio era anche avvalorato dalla presenza importante, in uno dei suoi "romanzi disegnati" migliori " Corte sconta detta Arcana "  di un personaggio di culto per la destra radicale, ossia il barone Roman Von Ungern -Sterberg ( vedi immagini  ) .

Oppure per l'interesse di Pratt verso la il folklore celtico e l'.I.R.A. , cui dedicò un ciclo narrativo dall'evocativo titolo  : " Le celtiche "  .

Di un collocazione destrorsa del padre da conferma la figlia Silvina Pratt che disse : . «Nessuno dei suoi figli l’ha chiamato “papà”. Ci ho provato verso i quattro o cinque anni. Lui non dice niente, ma si volta di scatto, come se avesse preso la scossa. Per un “figlio della lupa”, nipote del fondatore del movimento fascista a Venezia, probabilmente è meglio diventare un “duro” il più presto possibile. Figlio unico, Hugo nutriva una grandissima ammirazione per gli uomini di famiglia. Soldato adolescente, partito per la guerra in Africa, ha visto suo padre Rolando, fascista, imprigionato e poi, malato, morire in un campo di prigionia sotto il sole d’Africa». Silvina racconta anche di sua nonna Lina, la mamma di Conservava tanti ricordi della “sua” A
frica, della “sua” Italia. Sopra il letto era possibile ammirare la foto in bianco e nero di suo marito in uniforme…».

Del resto, anche il piccolo Hugo, arruolato dal padre nella polizia coloniale a soli quattordici anni, subirà il fascino di quelle divise. «Sono stati i soldati - spiega Silvina - a conferirgli la sua forma mentis. Gli anni trascorsi in un accampamento miserabile e sporco. Verso le sette di pomeriggio squillavano le trombe africane, mentre i colori della bandiera francese calavano dall’asta. Hugo aveva voglia di piangere. Al posto del blu, avrebbe voluto vedere il verde». Per la guerra, comunque, nessuna nostalgia: «Ha distrutto la mia famiglia - ha raccontato lo stesso Pratt - come potrei amarla? Ho visto il dolore di mia madre, ho perso amici, come Sandro Gerardi, che si erano messi con i fascisti e sono stati uccisi dai partigiani. La guerra mi ha fatto maturare, comprendere cosa c’è dietro la politica e le ideologie, l’assurdità dei nazionalismi e dell’imperialismo».

E' molto interessante al riguardo , tutta la serie degli " Scorpioni del Deserto " , ma in modo particolare il racconto " Piccolo chalet " , titolo tratto da una canzone in voga nel ventennio, nel quale l'autore tratteggia un "tipo" di fascista , il tenente Stella , volontario nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, ma ormai disilluso . Primo caso di fascista non caricaturato, in un periodo, gli anni '70, nel quale il fascismo era un  tabù assoluto quindi era "tabù" anche tratteggiare un personaggio di fascista bello (Nota: nei fumetti i " buoni " sono in genere belli e i "cattivi" brutti ) , intelligente e simpatico. Un fascista "positivo" in pieni '70.

Ma leggiamo al proposito  Pratt stesso  : Con la fine delle ostilità, «finalmente arrivò la pace - ha ricordato in seguito Pratt con feroce ironia - e con la nuova generazione arrivò l’obbligatorio impegno per l’impegno. La parola avventura fu messa al bando. Non è mai stata ben vista, né dalla cultura cattolica, né da quella socialista. È un elemento perturbatore della famiglia e del lavoro, porta scompiglio e disordine. L’uomo di avventure, come Corto, è apolide e individualista, non ha il senso del collettivo. Bisognava rispolverare Marx ed Engels, autori che mi annoiarono immediatamente. Venni subito accusato di infantilismo, di fascismo e di edonismo, ma soprattutto di essere evasivo, inutile come quegli scrittori che mi piacevano e che avrei dovuto dimenticare. Non ci riuscii e mi accorsi che c’erano parecchi altri che leggevano i narratori contestati. Alla fine ci riconoscemmo come una elite desiderosa di essere inutile».

Non è quindi un caso  quell’etichetta di fascista gli era rimasta appiccicata. Non che se ne facesse un cruccio. «Hugo mi diceva - riferisce Silvina - che i fascisti a quell’epoca, prima di Hitler, erano diversi». Rientrato in Italia, aveva aderito alla Rsi. E, ragazzetto, aveva assistito all’epopea della Decima Mas - dove pure aveva pensato di andare per “avventura” nel battaglione Lupo 
 

Su Pif, popolare settimanale francese di fumetti, pubblica ventuno storie brevi di Corto Maltese ma la collaborazione si interrompe bruscamente nel 1973, perché - lo racconta anche Silvina - «le tendenze libertarie di Corto non collimano con le direttive che orientano la rivista verso un’obbedienza di stampo comunista». Hugo preferisce lasciare e accettare le proposte della concorrenza: Casterman, l’editore di Hergé e del settimanale Tintin.



Poi è arcinoto, che l'editore di "Tex" , Sergio Bonelli  allineato a sinistra seguendo la corrente , gli chiedesse nei " favolosi '70"  un albo per la serie " Un uomo un avventura " che fosse anti imperialista ".  Il massimo che  Pratt riuscì a fare, dopo molte tergiversazioni fu un albo dedicato ai " Cancageiros" , sorta di guerriglieri legittimisti legati all'ultimo Imperatore del Brasile Dom Pedro de Braganca esautorato da un colpo di stato, messo in tatto dalla borghesia brasiliana, ampiamente anticlericale e massonica. I " cancageiros "  furono per certi versi simili ai briganti filoborbonici "legittimisti" o ai "sanfedisti" .

Come dimenticare poi il tenente di vascello  della Kriegsmarine Slutter , che nel romanzo " La ballata del mare salato "  è raffigurato come un idealista, contrapposto ai cinici ufficiali inglesi. Peraltro in tutta la produzione di Pratt si coglie una nota anti inglese.  

E posto che il padre di Hugo , fervente fascista, morì in un campo di concentramento inglese, non c'è nulla di cui stupirsi.

Pike




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20 agosto 2008

LA RIVOLTA DEI SAMURAI CRISTIANI

 Image:Sengoku period battle.jpg.

Giappone, anno 1637: guidati da Amakusa Shiro, un samurai di 16 anni, cinquantamila cattolici resistono eroicamente nel castello di Hara per tre mesi all'assedio dell'esercito imperiale. Non sopravviverà nessuno.

In Occidente nessuno sa praticamente nulla della storia del cristianesimo giapponese. Neanche i cristiani e, figurarsi, i cattolici (sebbene il crìstianesimo giapponese coincida quasi interamente col cattolicesimo romano). A parte un lontano libro del 1959 di Jean Monsterleet edito dalle Paoline e uno di lvan Morris (del 1975 ma tradotto in italiano da Guanda nel 1983), nessuno ha mai raccontato quel che andiamo a raccontare. Nel primo libro (Storia della Chiesa in Giappone) vi si fa un cenno. Il secondo, che parla d'altro (La nobiltà della sconfitta), vi dedica un capitolo (dal quale attingiamo in mancanza d'altro). Ma la storia dei samurai cristiani di Shimabara è una delle più eroiche di tutti i tempi e ancora oggi i giapponesi le tributano la cosiddetta simpatia hoganbijki, che i leali nipponici riservano al valore sfortunato. Negli anni Sessanta un famoso attore del teatro kabuki era convinto di essere la reincarnazione dell'eroe di quella vicenda, Amakusa Shiro, il samurai sedicenne a cui fu dedicata anche una canzone che nel decennio successivo scalò le classifiche. Nell' immaginario dei giovani, da quelle parti, Amakusa Shiro tiene il posto che fu di Garibaldi per i nonni degli italiani e di Che Guevara per i "libertari" odierni. Il cristianesimo sbarcò in Giappone nel 1549 con s. Francesco Saverio, braccio destro di s. Ignazio di Loyola. Non ancora quarantenne, questo gesuita aveva convertito da solo quasi un milione di persone in Oriente. Accompagnato da un interprete, predicava sulle piazze il Vangelo di Matteo, che aveva imparato a memoria in giapponese. La diffidenza iniziale si tramutò in curiosità quando un astante sputò in faccia al suo compagno. Questi si asciugò rimanendo impassibile. Il fatto colpì i giapponesi, che apprezzavano moltissimo il dominio di sé. Col tempo, ilsanto si rese conto che erano i suoi abiti dimessi a destare disprezzo. Così, si procurò un abito più degno e l'avventura cominciò. In pochi anni il cristianesimo in versione cattolica divenne una presenza di tutto rispetto in Giappone. Il Kyushu era interamente kirishitan, cristiano, con epi­centri nelle città di Hiroshima e Nagasaki, e la cosa andava avanti con crescita esponenziale. Fino a quando certi trafficanti europei, protestanti, instillarono nei regnanti della dinastia Togukawa il sospetto che la penetrazione religiosa del cattolicesimo fosse solo il prodromo di qualcosa di peggio, dal punto di vista politico, da parte degli imperi spagnolo e portoghese. Gli editti persecutori non tardarono e Nagasaki divenne famosa come "la collina dei martiri" per i roghi, le crocifissioni, le morti in acqua gelata e tutto quel che la fantasia orientale, maestra nell'infliggere tormenti, escogitava via via. I cristiani locali entrarono nelle catacombe e continuarono a venerare le loro icone camuffandole sotto immagini di divinità pagane: per esempio, la Madonna divenne la dea Amaterasu. Nel 1640 il cristianesimo giapponese era ufficialmente estinto. Solo nel XIX secolo, sotto la minaccia delle cannoniere americane del commodoro Perry, il Giappone consentì a riaprirsi ai traffici occidentali e all'invio di missionari.


Molti di questi rimasero stupiti di trovare ancora cristiani. E ancor più si stupirono quando questi li sottoposero a un esame di "cattolicità". Infatti, gli indigeni si erano tramandati di padre in figlio una perfetta distinzione tra cattolicesimo e protestantesimo.Ma facciamo un passo indietro e torniamo a Nagasaki. A circa settanta chilometri dalla città sta una penisoletta, Shimabara, su cui sorgeva una fortezza chiamata Hara. Nel 1577, sfidando le leggi imperiali, il daimyo locale e tutta la cittadinanza avevano chiesto il battesimo. Erano seguiti vent'anni di mattanza e, alla fine, Shimabara era stata assegnata al nemico giurato del cristianesimo giapponese, Matsukura. Costui si ritrovò a signoreggiare una zona ostile (per questo avevano mandato proprio lui), diventata il punto di confluenza di tutti i cristiani perseguitati altrove.

Soprattutto di ronin. Veniva detto ronin un samurai che non aveva più un signore al cui servizio combattere. Sorta di cavalieri di ventura, vagavano alla ricerca di ingaggio. Quelli di Shimabara erano rimasti disoccupati
perché cristiani. Ora, la situazione da quelle parti era, sì, pesante ma non solo per i credenti. In Giappone le tasse gravavano sui soli contadini ed erano una pletora: sulle porte, sulle mensole, su ogni fuoco, perfino sulle nascite e le morti. Il pagamento doveva venire effettuato in riso, cosa che rendeva la semicarestia perenne. Gli evasori venivano ricoperti da un mantello di fibra vegetale, il mino; poi, legate loro le braccia, si
appiccava il fuoco, così che quei disgraziati, saltando e contorcendosi, erano costretti a prodursi nel mino odori, il "ballo del mino". La punizione colpiva anche le famiglie: mogli e figlie, denudate, venivano tenute immerse nell'acqua gelida fino alla morte. Nell'anno 1637 la fame era giunta a livelli insopportabili. Due capi di villaggio (shoya, ex guerrieri ritiratisi dall'attività) provarono a protestare ma ebbero, uno, la moglie incinta uccisa col sistema dell'acqua; l'altro, la figlia esposta nuda e poi marchiata con ferri roventi. Il giorno precedente alla festa cristiana dell' Ascensione un contadino vide che attorno all'icona che venerava di nascosto si era materializzata una fastosa cornice. Attirati dal miracolo pa­recchi cristiani si portarono nella sua casa. Ma la notizia si sparse e arrivarono le guardie. Tutti i presenti vennero presi e giustiziati. Era troppo. Il giorno dopo, i cristiani uscirono allo scoperto e piantarono al centro della piazza una grande bandiera bianca con una croce rossa sopra. Anche i pagani si unirono alla protesta perché per la mentalità giapponese le motivazioni religiose erano più nobili di quelle fiscali. Quando il responsabile dell' ordine pubblico sopraggiunse finì linciato e scoppiò la rivolta. Duecento ronin e parecchi shoya ripresero le armi e dilagarono per i villaggi.

Elessero come loro capo il giovane Amakusa Shiro per due motivi. Il primo era questo: era figlio di Masuda Yoshitsegu, grandissimo guerriero diven­tato famoso al tempo delle guerre che avevano dato il potere ai Togukawa; veniva chiamato col nome leggendario di Amakusa Jinbei. Masuda, che era cristiano, aveva disobbedito agli editti persecutori e si era messo a percorrere il Giappone predicando Cristo. Naturalmente, nessuno osava affrontarlo.

Girava portandosi dietro il figlioletto dentro una specie di carrozzina di legno (la sua figura ha ispirato una serie di telefilm). Il secondo motivo che indicava Shiro come leader era una strana profe­zia: un gesuita, espulso dal Giappone venticinque anni prima, aveva lasciato una specie di poesia diventata ben nota fra i cristiani giapponesi: in essa era predetto l'arrivo di un ragazzo ame no tsukai "inviato dal Cielo", che avrebbe riscattato la fede in quelle terre.

Infatti, il giovanissimo Shiro aveva seguito le orme paterne come predicatore. Quando la faccenda si fece seria, il bakufu di Edo (la capitale imperiale, oggi si chiama Tokio) inviò le truppe al comando dello shogun Itakura Shigemasa. Poi fece arrestare e torturare la madre e le sorelle di Shiro. Appena la notizia dell'arrivo degli imperiali giunse al campo dei ribelli, Shiro chiese a tutti quelli che volevano resistere di seguirlo nel castello di Hara. Così, oltre cinquantamila persone, con donne e bambini, si asserragliarono nella fortezza e attesero. Non c'era alternativa: le uniche armi a disposizione erano quelle, leggere, dei ronin, mentre il nemico aveva anche i cannoni. Gli spalti si riempirono di crocifissi, di stendardi bianchi con la croce, di bandiere con Sanchiyago, San fu­ranshisuko, Marya, Yesu (s. Giacomo, s. Francesco, Maria e Gesù). Ogni tre giorni Shiro riuniva tutti nella piazza d'armi e pronunciava un' esortazione religiosa da omoikiritaru kirishitan ("cristiano devoto") in vista del gosho (la vita eterna). Nel frattempo, i governativi incendiavano tutti i villaggi attorno e ne sterminavano gli abitanti. Quando ebbero fatto terra bruciata attorno ad Hara, cominciò l'assedio vero e proprio.

Centomila soldati, agli ordini di vari signori (tra cui Matsukura), si accamparono attorno mentre venivano apprestate le torri d'assedio. Lo spettacolo era in stile: nel campo degli imperiali, risse, duelli, uccisioni a causa delle rispettive rivalità di appartenenza feudale; in quello assediato si sentivano solo inni e preghiere corali. I cristiani avrebbero potuto fare strage degli operai costretti dalle corvées obbligatorie a scavare ed erigere terrapieni. Invece si limitarono a far piovere nel campo nemico yabumi, frecce con fogli arrotolati attorno, ove spiegavano per iscritto le loro ragioni. Della pietà cristiana nei confronti dei poveracci forzati a lavorare sotto le mura cercarono di trarre profitto gli imperiali: un centinaio di ninjutsukai ("uomini invisibili", gli assassini di professione che il cinema ha mitizzato col nome di ninja) si introdussero, col favore delle tenebre, nel castello. Ma ne tornarono solo due. Non solo. In un paio di riprese gli assediati riuscirono, con sortite micidiali, a portare scompiglio nel campo avversario. A quel punto intervenne Matsudaira Nobutsuma, il luogotenente dell'imperatore, che guidò personalmente i rinforzi. Incredibilmente anche questo nuovo attacco venne respinto. L' infuriato Shigemasa allora ordinò l'attacco generale che volle condurre in prima fila. Finì ucciso insieme a quattromila dei suoi uomini migliori.

Ormai la situazione era grottesca: un esercito sterminato non riusciva ad aver ragione di un pugno di contadini praticamente senza armi. Il disonore era assicurato e tutti gli occhi dell'arcipelago erano puntati su Shimbara. Per salvare la faccia l'imperatore concesse clemenza e il perdono per chi si fosse arreso. Aggiunse anche la promessa di una generosa distribuzione di riso. Ma quelli fecero sapere che volevano solo una cosa: poter professare liberamente la loro religione così come era permesso ai buddhisti, ai taoisti, ai confuciani e agli shintoisti.

L'imperatore, che non poteva permettersi di rimangiarsi il suo editto, fece tornare le trattative in alto mare. Già, il mare. Proprio da quella parte arrivò il pericolo. I mercanti olandesi, protestanti, furono ingiunti di fornire man forte agli imperiali se volevano continuare a commerciare col Giappone.

Così, il balivo Nicolaus Couckebaker mandò una nave a cannoneggiare Hara per due settimane di fila. Quando gli spalti furono completamente smantellati e gran parte delle mura erano crollate, vennero portate avanti, legate, la madre e le sorelle di Shiro. Era l'ultima offerta. Che fu rifiutata. Partì l 'assalto finale, che durò due giorni e due notti. Ormai quasi tutti i ronin erano morti e così gli shoya. Anche il cibo era finito da un pezzo. L'ultima resistenza fu disperata: i cristiani, anche le donne e i feriti, combatterono con quel che avevano sottomano, scodelle, bastoni, sedie.

Nessuno sopravvisse. La spiaggia si ricoprì di undicimila pali su cui stavano conficcate altrettante teste. Le rimanenti vennero ammassate su tre navi, insieme ai nasi tagliati delle donne, per essere portate come trofeo a Edo. Ma gli imperiali avevano perso oltre settantamila uomini armati, addestrati e per­fettamente equipaggiati. La penisola venne colonizzata da confuciani e buddhisti mentre il Giappone entrava nel sakoku, la chiusura di due secoli al mondo esterno. Purtroppo, per Nagasaki (e Hiroshima) non sarebbe stato, quello, l'ultimo martirio. 


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19 agosto 2008

"Tutti i maneggi del mio ex amico Di Pietro"

  

Elio Veltri accusa l'ex pm: "L'Italia dei valori è una gravissima anomalia. Ha blindato il partito per incassare direttamente i finanziamenti statali. Ai tempi dei Democratici per Prodi iscrisse al movimento l’intera via della malavita di Cosenza. Travaglio? O certe cose non le sa o è distratto..."

Milano - «Di Pietro? Prima di fare il paladino della società civile dovrebbe spiegare agli italiani i maneggi che si nascondono dentro il suo partito». Elio Veltri è l’ex amico storico di Antonio Di Pietro. E come tradizione vuole, ha qualcosina da dire sull’ex pm.

Ma con Di Pietro ci parla ancora? «No».

Come mai, se posso... «Può. Me ne sono andato nel 2001, quando ero il vicepresidente dell’Idv. Da allora non ho più rapporti. I motivi della rottura erano legati alla gestione del movimento, alla scelta delle persone, agli incarichi dati a personaggi che secondo me in un movimento come quello che si era proposto di cambiare l’Italia dal punto di vista morale, erano diciamo... inadeguati».

È cambiato qualcosa, da allora? «No. Anzi, ho scoperto fatti molto gravi che riguardano la gestione del partito».

Si riferisce all’inchiesta del Giornale di qualche giorno fa? «Non solo. In questo momento l’Idv rappresenta la più grande anomalia italiana tra i partiti».

Addirittura? «Lei ha mai letto lo statuto?».

Ehm, ahimé no. «Glielo leggo. All’articolo 2 c’è scritto che “l’associazione Italia dei Valori - che oggi è composta da Di Pietro, dalla moglie Susanna Mazzoleni e dalla tesoriera Silvana Mura - promuove la realizzazione di un partito nazionale”. All’articolo 10 si legge: “La presidenza nazionale del partito spetta al presidente dell’associazione”. Stesso discorso per la tesoreria».

Scusi. Questo vuol dire che il partito è nelle mani dell’ex pm? «Assolutamente. Facciamo un’ipotesi di scuola. Se Di Pietro convocasse un congresso, e venisse sfiduciato dal 98% del partito, lui resterebbe in sella... Per andarsene, dovrebbe essere sfiduciato dall’associazione. Questa è un’anomalia enorme, di fronte alla quale tutte le grandi questioni della legalità, della giustizia, delle regole che lui solleva sono carta straccia. Se vuoi fare certe battaglie non puoi affittare al partito due immobili comprati dall’associazione. Sa che i soldi del finanziamento pubblico finiscono a loro tre e non al partito?».

Ma chi deve vigilare sul finanziamento non dice nulla? «Guardi, la questione l’abbiamo sollevata di recente con Achille Occhetto e Giulietto Chiesa. C’è un’ordinanza del giudice civile di Roma dove si legge: “L’associazione è nettamente distinta dal partito, non può chiedere finanziamento pubblico”. Nel 2006 la Camera, quando gli è stato fatto presente il problema, ha fatto finto di niente. Tutta la presidenza della Camera di allora, Bertinotti compreso. Bisogna porre la questione della responsabilità giuridica dei partiti».

Beh, sebbene sia entrato in politica relativamente da poco, Di Pietro si sa muovere bene... «Pensi che sono stato io a invogliarlo a fare politica. Lui mi diceva che volevo un partito di duri e puri, in realtà io volevo un partito di persone corrette. Ecco perché me ne sono andato».

Se n’è pentito? «Di averlo spinto, sì. Di essermene andato no».

I momenti di attrito maggiori? «Quando i Ds lo candidarono al Mugello contro Giuliano Ferrara. Gli dissi: “Se ti eleggono loro, te lo rinfacceranno per tutta la vita. Se vuoi candidarti devi andare dove i Ds hanno il 20%”. Non mi ascoltò...».

Fu l’ultimo prima della rottura? «No, ce ne fu almeno un altro. Quando abbiamo fatto i Democratici con Prodi, lui pretese l’incarico di responsabile dell’organizzazione. Lo sconsigliai, gli dissi “i grandi leader, da Berlinguer a Prodi, non lo fanno”. Niente da fare. Poi un giorno scoprii che da via Popilia a Cosenza, la strada della criminalità, arrivarono 241 iscrizioni. Lo scontro che ne seguì, ovviamente, fu inutile».

Scusi, ma Travaglio le sa queste cose? «Mah, sarà distratto, bisogna chiederlo a lui. Marco è stato sempre amico mio e lui è stato sempre amico di Di Pietro».

L’elenco degli ex Idv è lungo. Secondo lei chi sarà il prossimo? «L’unico fesso sono stato io, avrei potuto fare il deputato a vita. Non credo andrà via nessuno, perché ormai c’è una rendita di posizione consolidata. Ma il saldo del turn over, chiamiamolo così, è certamente negativo».

Ma perché non scrive un libro su Di Pietro? «In effetti sono stato tentato, ma penso che non ne valga la pena. E comunque qualcosina l’ho già scritta nel libro Il topino intrappolato edito da Longanesi. Il capitolo si intitola: “Di Pietro, un caso a se”».

Da ex socialista, le dispiace vedere Ottaviano Del Turco in carcere? «Mi auguro che possa dimostrare la sua innocenza, ma sono anche convinto che l’inchiesta è abbastanza solida».

Per la scomparsa del Psi sarà un po’ a lutto, almeno. «È la più grande tragedia politica italiana. Nell’81 mi scontrai con Bettino Craxi e me ne andai. Aveva una chance e l’ha buttata via. Se a distanza di anni il Psi fosse al 35%, allora sì, mi sentirei un cretino».

Che ne pensa dello scontro tra politica e magistratura? «La magistratura fa il suo mestiere, escludo che certi pm siano mossi da moventi politici. Se fosse vero sarebbe gravissimo».

Tra Craxi e Di Pietro, chi butterebbe dalla torre? «Oggi? Tutti e due».

felice.manti@ilgiornale.it



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